Il continuo viaggiare per lavoro di Fabio mi ha costretta a turni ospedalieri “scomodi”: chiedendo di non effettuare guardie nei giorni in cui mio marito era assente, mi è toccato prestare servizio su guardie di 12 ore consecutive molto ravvicinate tra loro. Per contro, è capitato più spesso di trascorrere ore e ore da sola con i ragazzi e, in particolare, con Santiago.
Confesso che questo suo non comunicare verbalmente mi stava mettendo un po’ alla prova. Il bambino capisce tutto, sa spiegare tutto a modo suo, ma non elabora frasi complete: mi sono resa conto che mi stavo abituando con una certa rassegnazione a questo stato di cose. Come se, da “brava” madre, accettassi questo terzo figlio così com’è, non capace di esprimersi correttamente con le parole, soffrendo però tacitamente per tutti quegli scambi mancati, i mancati ritorni, l’incapacità mia di comprendere effettivamente i suoi bisogni, i suoi desideri, le sue richieste. Come se questa condizione avesse dovuto protrarsi per sempre.
E poi, piano piano, ho cominciato a vedere minuscoli, ma progressivi, miglioramenti.