Nascita di Pietro 31/05/2009

30 maggio 2009

Verso mattina, ancora a letto, compaiono dei dolorini simil-mestruali. Non ci faccio caso.

Mi alzo verso le dieci e vado a fare il bagno nell’amido: il prurito non mi dà tregua nelle ultime settimane. Ancora nella vasca, Fabio mi avvisa che sarebbe arrivata mia suocera a trovarmi con le cuginette. Esco di corsa. Una volta arrivate, ci mettiamo a conversare sul divano. Altri dolorini. Lo faccio presente. Mia suocera dice che comincia tutto così. Usciti gli ospiti, chiamo mia madre per avvisarla. Nel frattempo, faccio colazione. Poco dopo ho necessità di andare in bagno. Mi accorgo di aver perso il tappo mucoso: tantissimo materiale, non immaginavo… 

Pensando che tutto fosse definitivamente in moto, come suggerito dall’ostetrica del corso, mi faccio un microclisma e mi preparo. Comincio a contare con Fabio. Un dolorino di circa venti secondi ogni venti minuti. Rido: ci siamo, come da manuale! Mi metto davanti alla tv e comincio a spiluccare stuzzichini vari. Fabio esce in bici, va in centro a comprare un regalo per suo padre: è il suo compleanno. Rimaniamo coi telefoni aperti nel caso ci sia qualche novità. Intanto mi lavo i capelli e ricontrollo la borsa. Al suo ritorno, le contrazioni sono più ravvicinate e durano di più: nella parte centrale devo fermarmi un attimo (sto giocando on-line ad un video-game stupidissimo e ripetitivo): per pochi secondi il dolore diventa “fortino”.

Così facendo, tiriamo le quattro di pomeriggio: ora sono ogni quattro-cinque minuti e durano cinquanta secondi: insomma, ci diciamo, è ora.

Prendiamo armi e bagagli, saliamo sul Pandino e ci dirigiamo al PS ostetrico.

Arrivati lì, vengo visitata da un’ostetrica: collo posteriore raccorciato di 1 cm. Non dilatazione.

Mi mandano in astanteria (una stanza con quattro letti) e mi monitorizzano. Le contrazioni sono frequenti e ben definite. Passa fugace Giada, l’ostetrica del corso. Guarda il tracciato e mi preannuncia un rapido ingresso in travaglio. Io soffro, ma ogni tanto sghignazzo con Fabio. Giada mi fa presente che in travaglio non sghignazzerò più. Accanto a me, una donna visibilmente sofferente stringe la mano al marito. Di fronte a me, un’indiana respira affannosamente, circondata da una fila di parenti. Mi duole dirlo, ma ci sembrava quasi comica.

Ore 18.30: mi tolgono il monitoraggio e mi fanno visitare dal ginecologo.

“Maschio o femmina?”

“Non lo sappiamo e vorremmo non saperlo…”

“Ah, complimenti! E se avessi usato l’ecografo e ve l’avessi detto?”

“Immaginavo che con la sola imposizione delle mani non sarebbe riuscito ancora a capirlo: se avesse preso l’eco l’avrei avvisata!”

Già mi stava antipatico. Comincia a visitarmi (e con che grazia!) e…situazione invariata. Ma come? Ora le contrazioni mi fanno gemere un po’!

“Vi mandiamo a casa: tornate quando saranno ancor più ravvicinate e tutte della stessa intensità! Ah,”  mi guarda con aria di sufficienza “Può rivestirsi!”

Ma… più ravvicinate di così! E poi…dammi il tempo di tirarmi su! Decido di odiarlo.

Salgo in macchina e mi viene da piangere. Davo per scontato che saremmo rimasti. Per di più, durante il brevissimo tragitto fino a casa, mi sembra che il dolore aumenti esponenzialmente. Faccio fermare Fabio un paio di volte. A casa mi sdraio sul letto e aspetto pazientemente, contando. Contrazioni ogni tre minuti, a volte ogni due e della durata di un minuto intero. Comincio a dover respirare controllata, mi sfuggono dei gemiti. Mangio budino e speedy pizza, crackers e frutta… Tiriamo le 21.00. Decidiamo di tornare: ci sarà un altro medico a visitarmi e sicuramente la faccenda sarà cambiata! 

Durante la strada le contrazioni mi sembrano davvero forti, faccio fermare Fabio. Nello scendere dalla macchina, un dolore ogni volta che appoggio/muovo la gamba sx (non mi abbandonerà fino alla fine). Lo faccio presente appena arrivo e mi si dice che magari “è perché è scesa la testa”.

La dottoressa è una specializzanda al quinto anno. Mi visita tra una contrazione e l’altra: situazione invariata. Decide di tenermi comunque ricoverata.

Amnioscopia nella norma. Mi prelevano il sangue. Vista la storia di prurito, mi fanno emocromo, coagulazione e test epatici. Si torna in astanteria per il monitoraggio. Rispetto a prima i picchi sono nettamente più alti. Belle contrazioni, mi dicono le ostetriche, e mi lasciano lì con Fabio e una studentessa di medicina del quinto anno, di quelle che, come era stato necessario per me a suo tempo, sono lì per assistere ad un parto (ti tocca per laurearti!). Passa il tempo. Ogni tanto mi sfugge qualche parolaccia.

Arrivano accanto a me altre due donne. Una è una signora accompagnata dal marito e dalla figlia di cinque anni: sanguinamento nel terzo trimestre. Sguardi terrorizzati, poche parole sommesse. La bambina mi fissa impietrita. Ogni mia contrazione mi sento i suoi occhi piantati addosso. L’altra donna entra sghignazzando con il marito: è al secondo figlio, ha rotto le acque e aspetta che comincino le contrazioni.

Io nel frattempo inizio la respirazione insegnatami al corso. Mi butto sullo “Schhh-schhh-schhh”, anche se durante il corso pensavo avrei applicato l’”Ah-ah-ah”… Comincio davvero a non poter pensare ad altro che al dolore. Ad un certo punto, questa delle acque rotte se ne esce: “Scusa se te lo dico…ma butti fuori troppa aria…cioè non si fa così… sì poi magari dopo, quando toccherà a me, non dirò più così, ma ti assicuro che butti fuori troppa aria!”

Ok. Fine. Fine di tutto. Della tranquillità, della concentrazione. Di tutto. Fabio insiste nel volermi far cambiare.

“Metti almeno la camicia da notte!”

Io ormai non collaboro più. Non voglio che mi vedano in camicia da notte, che mi vedano respirare, che mi vedano soffrire. Quella intanto continua a ridere e scherzare col marito. La bambina mi fissa sconvolta.

Ok, mi metto in camicia da notte e sto in piedi, nell’antibagno. Ad ogni contrazione mi attacco allo stipite, grugnisco. Lì non mi può vedere nessuno.

Passa il tempo. Comincio a non trattenermi più. Ogni contrazione faccio “Aaaaaaaa” in crescendo… poi “Schhh-schhh-schhh”…. Esco in corridoio…mi siedo un po’ sulla sedia, ma ogni contrazione mi devo alzare (anche questo non cambierà per tutto il parto).

Le contrazioni sono ritmiche, ma ormai non conto più… qualcuna dura di più, qualcuna di meno, qualcuna è fortissima. Fabio mi fa coraggio: “Vedrai alla prossima visita come sarai dilatata!”

Verso mezzanotte, mi visitano di nuovo. Dilatazione = zero.

Mi viene da piangere. Mi propongono di entrare in sala parto, nella vasca, non appena si libera.

Torno nel mio corridoio. Andirivieni di persone. Sento parlare di “quella dell’aborto”, di “quella del cesareo”… vedo anestesisti andare e venire… mi guardano tutti mentre mi appendo al muro.

La sala si libera solo alle due di mattina. Entriamo. Marisa, l’ostetrica, si presenta. Mi fa spogliare ed entrare in vasca.  Qualche pudore…poi non ho più saputo cosa fosse.

Nella vasca, innanzitutto finalmente sono sdraiata, poi più leggera. L’acqua è calda, bella.

Le contrazioni rallentano. Acquisiscono però un ritmo ben preciso. Ogni tre-quattro minuti…ma sempre più forti. Sempre di più… e dire che pensavo che non potessero aumentare ancora di intensità! Tra le pause, tuttavia, non c’è il “completo benessere” tanto millantato al corso, bensì questo dolore costante appena muovo la gamba sinistra e poi, talvolta, contrazioni bigemine: una coppia, di cui la seconda meno forte. L’abbiamo soprannominata “quella farlocca”. Fabio intanto accende l’MP3. Ascoltiamo tutto il doppio CD di Chico Buarque non so quante volte (all’inizio pensavo che potesse non piacere all’ostetrica, poi me ne sono fregata/dimenticata).

Nelle pause Fabio mi dice: “Vai sotto l’acqua!” e se mi lamento: “Sei in pausa, zitta!”

Dirige lui le danze. Sa esattamente quando arriva la contrazione successiva. Le sensazioni più brutte sono quando Marisa esce e mi lascia nella vasca che progressivamente diventa fredda. Al suo ritorno il cambio dell’acqua sembra lunghissimo. Batto i denti dal freddo. La seconda volta che dobbiamo cambiare l’acqua sopraggiunge una contrazione proprio mentre il livello è minimo: completamente sul fondo duro della vasca, barbello dal gelo, mi sento pesantissima ed è orribile. Trascorro tre ore nella vasca. Ormai grido: anche Marisa, ironia della sorte, mi dice che butto fuori  troppa aria con i miei “Schhh-schhh”, piuttosto di provare a vocalizzare.

Insomma… parto con “Aaaaaaa” che evolve sia di volume che di tonalità in un climax ascendente fino all’apice della contrazione, quando comincio a ripetere “Aaaaaaahi ahiahiahiahiiiiiiii…baaaaaasta bastabastaaaaaaaa…noooononononooooooo!”

Ad ogni cosa che mi chiedono o propongono rispondo inguaribilmente di no…e poi la faccio.

“Vuoi bere?”

“Noooooooo!” (e poi ciuccio il the con la cannuccia)

“Vai sotto!”

“Nooooooo!” (e mi sprofondo col mento sott’acqua) e via dicendo.

Ogni tanto ho ancora modo di fare qualche battuta. Spiego all’ostetrica che mi immagino i corni uterini contrarsi (è stata la mia domanda d’esame in Ginecologia!) e lei mi sgrida, dicendo che devo dimenticarmi il Pescetto (noto manuale di Ginecologia e Ostetricia). Ogni tanto esce a fumare, poi torna, ma l’odore di sigaretta è proprio flebile e la ringrazio ancora per questa delicatezza.

Ad un certo punto sento urla belluine provenire da qualche sala parto adiacente. Urla disorganizzate, rauche, ritmiche. Quasi però non mi toccano.

Passate le tre ore mi ritrovo a chiedere di dover fare la pipì. Mi propongono di uscire, farla e poi farmi visitare. Momento atroce, quello dell’uscita. Ti senti pesante, goffa, dolente, gelata.

Un freddo cane. In piedi, contrazioni orribili. Raggiungo il bagno e mi accovaccio: anche in questo sono stata costante: ogni pipì che ho fatto, una contrazione devastante. Mi attacco a Fabio per resistere. Fabio, che è sempre lì, a tenermi, a farmi coraggio. Al massimo esce, beve un caffè e poi torna. Una volta mi porta anche un chinotto da bere. Lo sorseggio continuando a ripetere che no, non lo voglio.

Sono le cinque di mattina, sono passate più di dodici ore dal mio primo ingresso in Pronto Soccorso, diciassette dall’inizio dei prodromi.

“Ora ti visitano.”

E io: “Noooooo!” e mi sdraio sul lettino. Sono distrutta, tanto lo so che sarà tutto come prima, che non sarà cambiato niente.

Mi visita l’ostetrica, poi la dottoressa.

“Bene… sei dilatata di 3 cm!”

Solo 3 cm??? Non è possibile. Mi viene da piangere. Mi dicono che sono entrata in travaglio verosimilmente alle due, quando sono entrata in vasca e che il ritmo è “giusto” per una primipara: 1 cm all’ora! Mio Dio.

“Forse ora andrai più veloce, coraggio!”

La dottoressa esce. Marisa mi propone di stare in piedi. Chiedo la palla di gomma gigante.

Da seduta, tuttavia non sopporto il dolore della contrazione. Per cui sto seduta sulla palla nella pausa, attaccata al bordo della vasca. Quando arriva la contrazione, mi alzo. La cosa è faticosa però, perché la palla scivola irrimediabilmente via e poi qualcuno me la deve risistemare sotto il sedere e poi faccio fatica tutte le volte che mi devo alzare e sedere. Decidiamo di tornare sul lettino, sdraiata. Nonostante tutto quello che si dice, io mi trovo meglio. Il dolore però è lancinante. Non ho male dietro, è tutto davanti, sovrapubico, non raggiunge nemmeno la parte alta della pancia, resta lì, crescente, fortissimo, urente, elettrico, fino all’acme, con scosse che prendono la radice delle cosce e me le fanno vibrare con forza a tal punto che Fabio deve tenermele, che la gamba sinistra più si muove e più mi trafigge. Durante la contrazione, ormai, non penso più. La scaletta è la stessa: “Aaaaaaaaa, ahiaaaaaaaa maaaa maaaa maaaa mammaaaaaaaaa mammaaaaaaa mammaaaaaaaa aiutooooo bastaa basta bastaaaaa noooonoonoooo….”

Ancora adesso mi commuovo a ricordare che, senza volerlo, senza pensarlo, sono arrivata al famoso “Santo Nome” che ci avevano spiegato al corso. Che quella volta che ci avevano consigliato di sceglierne uno, mi ero fatta dei problemi pensando che se avessi scelto mia madre avrei escluso mio marito o se avessi scelto la Madonna avrei escluso mia madre… Alla fine…è uscita la mamma, dapprima come bisillabo e poi come franca richiesta di aiuto. Dicono che in punto di morte si chiami la mamma. Io posso giurare che non è stata una “scelta”: è il suo nome che ha scelto di venirmi alle labbra.

Grido ogni volta e ogni tanto mi domando se si senta da fuori. E’ ovvio che sì. Non avrei mai immaginato che avrei gridato al mio parto.

Comincio a disperare. Continuo a dire a Fabio che non so nemmeno perché io sia lì, che tutto quel dolore mi sta facendo perdere di vista il vero motivo per cui io sia lì, che mi avrebbe tolto la gioia di veder nascere nostro figlio. Quando la contrazione comincia a scemare, Fabio lo capisce e mi dice: “Coraggio…è finita! Riposo, respira!”

E io mi arrabbio perché nella discesa c’è sempre qualche scossa che, a tradimento, mi trafigge e grido: “Non è vero, non è finitaaaa!” e intanto piango e penso alle altre ragazze con cui ho parlato, che mi hanno detto che per tutto il parto non hanno mai pianto. Mi chiedo come farò a spingere sopra questo dolore. Mi dico che non ce la farò mai.

Tra una contrazione e l’altra il bambino si muove, ha il singhiozzo. Tutti buoni segni, ma che mi fanno contrarre ulteriormente l’utero. “Stai fermo! Fermo!”

Alle sette di mattina, torna la dottoressa per visitarmi. Io ricomincio a piangere: so già che ci saranno cattive notizie. Ovviamente, passate due ore, lo score è pari a cinque. 5 cm. Ho mantenuto il ritmo di 1 cm all’ora. In più Marisa mi dice che il bambino deve piegare un po’ la testa verso il basso e già mi figuro che sia presentato di faccia, cosa assolutamente negativa. La dottoressa mi guarda bene.

“Ti propongo l’epidurale. Decidi tu. Sappi che l’alternativa è, verosimilmente, altre 5 ore di travaglio così… e poi la fase espulsiva. Il prelievo del sangue l’hai già fatto per cui non c’è problema…”

Io vengo colta da panico puro. Epidurale? Epidurale!?? Lo sapevo! Non volevo farla, non ho mai voluto farla. Alcune ore prima avevo detto a Fabio: “Vedrai che arriverò a fare l’epidurale!”, ma in realtà lo dicevo per scaramanzia. E poi: decidi tu?? Come faccio a decidere io! Cinque ore ancora così no… non ce la faccio! E poi…la paura irrazionale, il terrore dell’ignoto…e… e…. se rimanessi paralizzata? Se succedesse qualcosa? Se andasse storto qualcosa? Ripenso all’incontro con l’anestesista che spiegava rischi e benefici: infezione, emorragia, stillicidio di liquor nei giorni successivi, incapacità temporanea a fare pipì… Decidere? Come faccio a decidere!

Ok, va bene. Facciamola. E intanto penso che non sono nemmeno riuscita a fare un parto naturale!

“Te la facciamo prima delle 8.00, vedrai!”

Peccato che… alle 8.00 ci sarà il cambio di turno. Cambia il medico, cambia l’ostetrica, cambia l’anestesista. C’è il passaggio di consegne. Ci sono dei tempi tecnici. C’è un cesareo d’urgenza e l’anestesista si deve assentare. Prima però c’è tempo per farmi la visita.

Arriva l’anestesista che poi avrebbe smontato. E’ giovane e bello. Mi dice: “Ancora qui? Ti avevo vista in corridoio ieri sera…se avessi saputo che ancora non avevi partorito te l’avrei già fatta!”

Mi fa tutte le domande che di solito faccio anche io in preparazione di un intervento chirurgico ai miei pazienti in Reparto. Sei allergica, hai mai fatto anestesie totali, apri la bocca più che puoi (quest’ultima la si chiede nell’eventualità che ti debbano intubare: un brivido mi percorre la schiena).

“Vedo che hai operato un’ernia al disco!”

No, ce l’ho ancora, ma in gravidanza non mi ha dato problemi, magari si è riassorbita. Ok, ok.

“Ora cambia il turno, ma subito dopo te la facciamo”

Ok. Aspetto. Qualche minuto dopo entra Marisa. Si avvicina con fare desolato al mio orecchio.

“Mi dispiace, ma… sai che ieri sera abbiamo fatto il prelievo del sangue?”

Ieri sera? Mille anni fa. Sì, mi ricordo. Ero anche andata a sbirciare i risultati su un PC incustodito nella sala visite: avevo 18000 globuli bianchi e il fegato era ok.

“Beh… dobbiamo ripetere la coagulazione” 

Perché? Penso, oddio, ho un problema di coagulazione?

“No… è che il campione… si è coagulato e non è leggibile… per fare l’epidurale ci vuole il risultato…”

Mi metto a piangere. Mi riprelevano il sangue. Passa il tempo. Non ce la faccio più.

“Tanto lo sooooooo….il prelievo rimarrà sul carrellino dei prelievi per oreeeeeeeee, non arriverà mai il risultatooooooo!”

Tutti mi rassicurano che al massimo in venti minuti arriva. Sono quasi le nove. Bussano alla porta. Arriva il nuovo anestesista. L’ostetrica nuova, Iris (che non avevo fino ad allora guardato praticamente in faccia, sentendomi quasi tradita da Marisa, che smontava e soprattutto convinta che non sarebbe stata nemmeno questa l’ultima ostetrica) me lo presenta. Dice che è bravissimo. E già mi puzza. Lui si avvicina e mi guarda.

“C’è un problema…” Il mondo mi crolla addosso. “Qui vedo che lei ha un’ernia discale. Dove si trova esattamente?”

E io: “L5-S1, paramediana sx. L’ho scoperta nel 2007, ma non mi ha più dato problemi…”

“Eh…. Ma gli altri livelli sono a posto? Cioè… io non so se fargliela, l’epidurale!”

Io voglio morire. Gli dico che sì, avevo qualche protrusione sopra, ma niente di che. Aggiungo che la risonanza l’avevo fatta qui in Ospedale e che aprendo il programma apposito l’avrebbe vista anche lui. Ma lui finge di non sentirmi e dice che non vuole andare a vederla (roba  che ci avrebbe messo due secondi!).

Fabio intanto mi dice che nel frattempo sono passate altre due ore: non ce la farei a resistere altre tre? Io non so più cosa fare. Mi rivisitano per vedere, casomai, se mi fossi dilatata più rapidamente. Verdetto: 7 cm. Mantengo la mia media. L’anestesista si fa titubante. Fabio si spaventa: “Chiamate la nostra ginecologa!”

Il giorno prima l’avevo messaggiata per dirle che avevo i prodromi e che sarei andata in ospedale di lì a poco. Lei aveva telefonato in ospedale dicendo che sarebbe venuta per qualunque problema e, in ogni caso, a dilatazione completata. L’anestesista si prende male, ordina a Fabio di uscire. Rimango sola. Mi fa mettere seduta. Dice che mi deve visitare per sentire dov’è l’ernia (pazzesco). Comincia a schiacciarmi le vertebre… fa male qui? E qui? E qui? E io: “No, non mi sembra, non so”

Come fai a pensare che io possa sentire le tue dita comprimere la mia probabilmente già riassorbita ernia mentre sto in travaglio? Infatti, guarda caso appena arrivato al livello cruciale.

“Aaaaaaaaaa hihihihihih!”

E lui, tutto tronfio: “Eccola!”

E l’ostetrica: “Ma no, dottore… è una contrazione!”

Peraltro ero seduta…per cui un dolore orribile. 

“Ok” fa lui,“te la faccio, ma un po’ più su!”

Io ormai sono vittima completa. Penso a Fabio che non c’è. Penso che ho preso la decisione, che non si può tornare indietro. Mi fanno mettere la cuffia verde. Mi dicono di non muovermi, di non toccare il telino sterile. Se mi viene una contrazione mentre l’ago è dentro? Tu lo dici e lui si ferma. Ok. Ok. Questa è l’anestesia: e già sento male ai muscoletti paravertebrali. Poi sento inserire… oddio oddio… finito. Subito dopo arriva una contrazione. Vedo il dottore che armeggia con siringhe e siringhine. Mi inietta il farmaco e mi dice che sentirò freddo, perché il farmaco è più freddo del mio corpo. Ok. Sta andando via, è andato tutto bene ma..ma… oddio…comincia a girarmi la testa, vedo tutto buio… sento lontane le voci…

“E’… è ….normale che… io… io….. non senta più…..?!? Io non sento più!”

Subito corre da me: “Polso, pressione!” Grida all’ostetrica.

Io ho in mente una cosa sola: lo sapevo, sto morendo.

Come previsto, pochi secondi dopo mi riprendo… sarà stata la pressione. Fabio rientra. Mi guarda: “Te l’hanno fatta? Tutto bene?”

Non so cosa rispondere. Prima penso di non dirgli niente.

Poi glielo dico: “Ho passato un momento orribile, ho avuto paura di morire!”

Da lì in poi le contrazioni si fanno più lontane, non le sento. Mi hanno attaccato il monitor: il bambino deve essere tenuto sotto controllo. Il cuoricino batte irregolarmente irregolare, come dev’essere. Ogni tanto gli viene il singhiozzo. Ogni tanto punta i piedini…

Progressivamente comincio a sentire lontane le gambe, tutto comincia a formicolare, tutto comincia a prudere, fin sopra al seno. Un prurito stranissimo, che se lo gratti non senti beneficio. Mi ricopro di pelle d’oca. Mi chiedono se ho freddo. Ma non ce l’ho. Torna l’anestesista. Gli dico che gli devo un bacio, nonostante il prurito sia insopportabile e la cute ipersensibile. Mi dice che il prurito potrebbe essere da oppioide: mi ha fatto della morfina perché ha visto che soffrivo troppo…e la morfina può dare questo tipo di reazione. Noi ci assopiamo, Fabio sulla poltrona sacco, io nel letto. 

Nel frattempo è arrivata la mia ginecologa. Entra in sala parto e da quel momento prende in mano la situazione. Le spieghiamo tutta la storia. Le dico che tanto lo so che il bambino è di faccia… che andrà a finire che mi fanno il cesareo. Lei chiede all’ostetrica se sia vero, ma lei dice che no, basta solo che pieghi un po’ la testa…

Verso mezzogiorno scopro che i miei, che nel frattempo sono stati informati da Fabio sull’andamento del parto, sono fuori. Erano pronti dal giorno prima, anche loro si aspettavano un parto in mattinata. Invece sono anche riusciti ad andare a Messa. Mia mamma chiede di entrare. Io mi preparo. Entra con le lacrime agli occhi. Mi chiede se ho sofferto tanto. Le dico di no, che va tutto bene, che sto bene. Fabio le dice che non ho fatto altro che chiamare il suo nome. Lei mi ricorda che è la domenica di Pentecoste, che non poteva esserci giorno più bello per dare alla luce un bambino. Ci abbracciamo e ci salutiamo. Vanno a mangiare dai miei suoceri, torneranno quando avrò partorito.

Sono passate altre tre ore. Chiedo di andare in bagno prima della visita: sono terrorizzata dalla possibilità di non riuscire più a urinare. Scendere dal lettino con le gambe che non ti sembrano le tue è una stranissima sensazione. In bagno va tutto liscio.

Mi visitano: come volevasi dimostrare! L’effetto dell’analgesia ha annullato la progressione della dilatazione: sono ancora di 7 cm. Basta. E’ deciso. Si devono rompere le acque e fare l’ossitocina.

Anche durante la rottura delle acque vengo presa da mille dubbi. Quel ferro trafiggerà il bambino? Allo sgorgare dell’amnios pretendo di sapere di che colore è. Me lo mostrano, limpido, acqua di rocca. Tiro un sospiro di sollievo. Parte l’ossitocina. Vengo messa carponi sul lettino. Richiamano l’anestesista per farmi una seconda dose: comincio a sentire dolore mentre il prurito sta diminuendo.

Mi dice che cambia il cocktail di farmaci (usa proprio questa espressione). Inietta e se ne va. Così non faccio nemmeno in tempo a dirgli che, aiuto, mi sta accadendo di nuovo… “Fabio…Fabio…non sento bene, mi gira tutto…”

E poi… una cosa strana… mi viene in mente quando l’ostetrica Giada ci ha portate a fare il tour delle sale parto durante il corso, che ci ha fatto vedere le luci colorate sul soffitto. Mi rendo conto che sono lì da quasi 24 ore…e non ho ancora visto in azione le luci!

“Fabio… ci sono le luci viola!”

Fabio mi guarda perplesso. “Come dici, scusa?”

E io: “Voglio le luci viola!”

Il suo sguardo si fa preoccupato. Mi rendo conto che è seriamente preoccupato. Così come mi rendo conto che quello che sto dicendo ha assolutamente un senso, ma che io non riesco a pronunciarlo facendo sì che ce l’abbia, mi sento leggera, lontana…

“Tutto bene?”

Sorrido, quasi rido… “Ma sì…sìììììììììììììì…daaaai le luciiii, non sto delirandoooooo, le luci violaaaaa!”

Fabio schizza su… “Va bene, sì, brava le luci….”

Corre fuori e torna con l’anestesista e l’ostetrica. Io ho la testa in pappa, voglio dire che ho capito che lui pensa che io stia delirando, ma che in realtà sto solo chiedendo di vedere le luci viola. Che mi rendo conto che il momento per chiederlo non è quello, ma che non sono pazza. Mi escono solo parole sconnesse. L’ostetrica però capisce: “Le luci! Ma certo!”

E rivolta a Fabio: “Parlava di queste!”

E le accende. L’anestesista guarda Fabio come se fosse scemo e gli dice: “Lei è troppo agitato!”

Ma lui non si perde d’animo: “ Io conosco mia moglie…c’è qualcosa che non va!”

Mi si avvicina, mi guarda e… “Cos’hai all’occhio?”

Io mi rendo conto che non lo vedo bene. Lo vedo doppio..lo vedo sfuocato. Cos’ho all’occhio?!? Mi si fanno tutti intorno. Anisocoria. Cioè, una pupilla a capocchia di spillo e l’altra midriatica, enorme, dilatata. A volte questo succede nelle emorragie cerebrali. A volte nelle compressioni dei nervi cranici. In ogni caso…un brutto segno. Fabio sbianca. L’anestesista mi si fa addosso. “Segua il mio dito, mi guardi…”

Se ne va dalla sala parto senza una parola. 

Rimaniamo lì come due scemi. La mia ginecologa prende Fabio per un braccio. Mi dice di stare tranquilla, che vanno a bere un caffè. Io lo so che stanno andando fuori per parlare. Scoprirò dopo che nel frattempo l’ostetrica e l’anestesista sono andati a cercare sui testi un effetto collaterale simile in conseguenza dell’epidurale…senza trovare una spiegazione. L’anestesista poi sosterrà che dal lato dell’ernia (o dall’altro, boh) il farmaco deve aver subito una deviazione, che ne sia arrivato troppo e troppo in alto, a livello centrale. Fatto sta che fino al giorno dopo non vedo perfettamente. La pupilla torna normale solo dopo parecchie ore.

Rientra la ginecologa con Fabio. Basta. Stop all’epidurale. Rincariamo la dose di ossitocina. Questo bambino è ora che nasca.

Rimango carponi sul lettino col mio bel monitoraggio attaccato per altre tre ore. Dico all’ostetrica che tutti mi han sempre detto che col bacino largo che mi ritrovo non farò fatica a partorire: giuro che se si incastra il bambino faccio una strage… Vado in bagno ancora una volta. Trovo una sorta di altro tappo di muco sulla carta igienica. Buon segno, mi dicono. E mi sovviene che sui libri si parla di “marcare la seconda volta”…quando si arriva a dilatazione completa. Mi visitano: io non mi ricordo ma Fabio mi dice che constatano la dilatazione di 10 cm. Io sento solo che dicono e il collo è cedevolissimo, ma che c’è ancora un piccolo cercine posteriore. Fabio sostiene che non mi hanno detto chiaramente che ero dilatata completamente per evitarmi false illusioni. Forse invece sarebbe stata la prima buona notizia dall’inizio del parto…

Rimango carponi. Ora sento di nuovo le contrazioni, ma diverse. Alla pancia non sento niente. Sento come un peso davanti, sulla vescica. Piano piano diventa posteriore. L’ostetrica mi massaggia il fondoschiena. Le chiedo di stare un po’ più delicata  che mi fa male.

Mi aspetto la famosa sensazione della pallina da tennis che preme, descritta anche questa al corso, ma niente di tutto questo. Forse c’è ancora un po’ di analgesia. La ginecologa mi suggerisce di provare a spingere quando sento male, giusto per vedere se migliora o peggiora. Io non capisco dove voglia arrivare. Ma lo faccio e mi sembra che migliori un po’.

L’ostetrica sembra un po’ scocciata. “Ma spingi perché senti di doverlo fare..o perché te l’abbiamo detto noi?”

Non lo so…non so più niente. (Mica avevo capito che ero in fase espulsiva! Pensavo mi dovessero ancora dire che ero dilatata!)

Sono le 15.00. Mi fanno sdraiare sul lettino. A questo punto è abbastanza chiaro.

“Quando la contrazione è forte, spingi forte!”

Ok, ci sono, ho capito. Nel frattempo non mi sono accorta che le contrazioni ora fanno male di nuovo, ma sempre in basso, alla pancia non ho più niente. Ogni contrazione spingo. “Tienila, tienila, tienila!… Prendi fiato…dai, ancora, tienila, tienila, tienila!” 

Ogni contrazione ci butto dentro tre spinte. Nel frattempo tiro con le mani le mani della ginecologa.. Proviamo in piedi, mi dicono, così vedi che si vede la testa! La testa? Mi mettono in piedi. Mi tengono a destra e a sinistra. Davanti ho Fabio. Mi mettono uno specchio sotto. Quando arriva la contrazione mi accovaccio e spingo. Ma mi fa più male. Inoltre guardo lo specchio e non vedo niente. Vedo che si gonfia tutto sotto e capisco che intendevano dire che si vedeva che la testa premeva…ma che non si vedeva ancora! Ogni volta che mi rialzo, poi, mi gira la testa…no, non va, voglio il lettino!

Mi rimetto sdraiata. Attaccano dei maniglioni ai lati. Mi metto di impegno. Una, due, tre fino a quattro spinte per contrazione. Tiro così forte le maniglie che scivolo tutta in avanti. Mi dicono di non strisciare sulla schiena, che ho ancora il tubino dell’epidurale inserito. Fabio mi tiene su il gambale sx, che è rotto, e ancora un po’ e me lo porto via.

“Bravaaaa, bravissima…..ancora una?? Ma sei bravissima!”

Finalmente mi sento che qualcosa va bene. Sento che sono forte, che ce la posso fare. “Si vede la testa! Dai che si vede la testa!”

Solo qui mi sfugge una parolaccia indirizzata a mio marito: “Bastardo, sono quaranta minuti che mi dici che si vede la testa!”

“Ma adesso è vero! I capelli, che poi tornano indietro!”

E io mi comincio a far prendere dallo sconforto. “Bastaaaa…noooo!”…non esce più…preferisco spingere e spingere e spingere come una matta perché ogni volta che faccio pausa per prendere fiato sento che “qualcosa” ritorna indietro e soprattutto vengo inondata dal dolore.

“Daiii!”… sento che mi tirano…una gamba di qua, l’altra di là, Fabio in prima fila che “tiene aperto”…

“Si vede la testaaaaa!…”

E io: “Non è veroooo!” 

Toccala, mi dicono. Allungo la mano e…la cosa più bella del mondo, sento la testolina viscida con la punta delle dita… Tolgo la mano… Aspetta, mi dicono, puliscitela. E io, chissenefrega, mi attacco ai maniglioni e via di spinte!!! Sento il sudore colarmi dappertutto, la ginecologa mi bagna la testa con un telino zuppo d’acqua. Tra le spinte scorgo del movimento… vedo che si preparano, grembiule, guanti…oddio lo sapevo, mi vogliono tagliare! Entra altra gente..studenti? Non me ne frega niente.

Sento ravanare davanti e di dietro, sensazione che poi nei giorni successivi avrò tutte le sere prima di addormentarmi. “Spingii spingii!!!”

Capisco che mi stan tagliando dalla faccia di Fabio, che per la prima volta distoglie lo sguardo e storce la bocca in una smorfia di dolore. Lo capisco anche dal rumore: “crrrriiiiiic”… non si dimentica. Esce la testa….spingo ancora, pensavo che non avrei sentito il corpo scivolare fuori e invece, per un istante lunghissimo, lo sento sgusciare accompagnato da uno scroscio di acqua che inonda la mia ginecologa (che era in borghese e di bianco vestita!).

Sono le 16.02. Sollevo appena la testa e vedo due palline. “E’ Pietro!”, grida la ginecologa (che erano sei mesi che sapeva che era maschio! Fabio dice che l’ha detto ancor prima che fosse uscito completamente, tanto non stava più nella pelle!)

E l’ostetrica: “Che grosso!”

Me lo danno, sulla pancia. Non penso che è maschio. Non penso a niente.

“Il mio bambino! Oddio! Il mio bambino! Il mio bambinooooooo!”

Fabio piange, la ginecologa piange. Pietro no. Mi guarda. Con gli occhioni di Fabio. Poche sopracciglia, le ciglia quasi non si vedono. Pochi capelluzzi. Le mani enormi. Le unghie lunghe. Il mio bambino. Realizzo che è maschio, che per sempre il mio primo figlio sarà stato maschio, con quel senso di ineluttabilità dato dalle cose che trascendono la nostra umana comprensione. Me lo tolgono un attimo per avvolgerlo in una coperta. Ora strilla. Me lo ridanno. Tace. Lo annuso. Sa di buono, sa di noi. Di amnios. Pungente, ma buono. Non come quello della donna che avevo visto partorire durante il corso di medicina, né come quello delle donne africane quando siamo stati in Zambia. Sa di vita.

La placenta non esce subito. Mi massaggiano l’utero, fa male, mi disturba il momento. Spingi, dicono, e tirano un po’ il cordone.

Ad un certo punto: “Cateterismo estemporaneo!”

Oh no! Ma come? Ho fatto pipì per tutto il tempo…e mi dite che è necessario svuotare la vescica per far uscire la placenta? Va bene. Alla fine non sento quasi niente (nei giorni successivi invece sarà faticoso trattenere un gemito ogni volta che vado in bagno… brucia!). Finalmente la placenta esce. Fabio non la vuole vedere, io sì. Ma non con spirito scientifico, solo per vedere dove aveva dormito Pietro per tutti quei mesi.

Faccio fatica a star su con la testa. Va bene, l’ho vista, mettetela via. Mi fanno l’anestesia e cominciano a ricucirmi. Tira e molla… fastidioso anche quello. Fabio esce e chiama tutti. Mi dà il telefonino e io comincio a mandare messaggini. Mi sento un po’ stupida con il bambino in braccio e il telefonino nella mano. Ma voglio condividere la mia gioia in tempo reale! A metà rubrica mi fermo. Basta. Chissenefrega. Guardo Pietro. Posso provare ad attaccarlo? Mi fanno sdraiare sul fianco e me lo mettono lì. Occhi aperti, apre la bocca e si attacca al seno. Una sensazione meravigliosa. Come se l’avessimo provato tante volte, se fossimo abituati a farlo.

Arrivano i miei genitori. In lacrime. Mio padre: “Hai fatto un bambino bellissimo!” Mia madre non ha parole. “Bello così… e senza cesareo!”

Arrivano progressivamente gli altri, i suoceri, gli amici.

Io non ci credo ancora.

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